Via Tommasi, Ancona. Io abitavo lì. Gervasio Marcosignori abitava a venti metri da casa mia. Il figlio Marco ed io strimpellavamo insieme: lui al pianoforte, io alla chitarra. Gervasio ogni tanto entrava nella stanza, ascoltava qualche secondo, scuoteva la testa e usciva senza dire niente. Non era disprezzo. Era il dolore di un grande musicista, che sa riconoscere quando manca qualcosa. Prima di scrivere questo libro ho incontrato a cena alcuni dei suoi amici più stretti, quelli che lo avevano assistito nelle ultime ore a Cesena. Ho trovato conferma alle motivazioni che lo avevano spinto a quel gesto. Si era parlato anche di un film, ma loro si opposero, perché quella storia era troppo privata per il grande schermo. Forse avevano ragione. Un libro è più discreto. Ho scritto questo libro perché Marco non ha mai accettato la scelta del padre. Ho voluto restituire quel gesto per quello che era: non un abbandono, non una resa. Un atto d'amore. La forma più concreta che l'amore avesse a disposizione. E perché mio nonno si chiamava Gervasio. È morto il 2 maggio 1944 sotto i bombardamenti degli alleati. Io sono nato il 2 maggio 1960, esattamente sedici anni dopo, primogenito. Il mio terzo nome è il suo. Quando ho scritto per la prima volta quel nome sulla pagina, ho sentito qualcosa spostarsi dentro di me. Le storie trovano sempre la loro strada.
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