Qui le parole si negano e si ritirano, come se avessero esaurito la loro forza, come se non bastassero più a comunicare l'essenziale. Si frantumano, si piegano, si dissolvono come conchiglie vuote abbandonate sulla riva. Al loro posto resta il silenzio: un silenzio fertile, inquieto, mai del tutto immobile, interrotto da improvvisi bagliori, da allusioni che lampeggiano come fuochi distanti nella notte.Il vuoto non è assenza. È materia viva, è respiro che si dilata, è lo spazio in cui i frammenti si cercano e talvolta si ricompongono in figure nuove, in immagini spezzate che si riflettono come schegge di specchio. Echi che non si chiudono mai in un senso compiuto, che restano sospesi, incompiuti, e proprio per questo più veri.Sono poesie di confine, che abitano le soglie. Vivono di ciò che non viene detto, di ciò che scivola nell'intervallo tra due parole, di ciò che resiste nelle crepe dell'enunciazione. Sono attimi che oscillano tra ombra e luce, tra presenza e mancanza, tra ciò che si mostra e ciò che si sottrae.Forse la loro forza sta proprio lì nell'indicare senza possedere, nel lasciare intravedere senza afferrare. Sono il balbettio del mondo che non trova un linguaggio definitivo, ma che proprio nella sua incertezza rivela la sua essenza: fragile, sfuggente, eppure colma di senso.E allora comprendiamo che il silenzio non è un vuoto da temere, ma una soglia da varcare: l'unico spazio in cui la parola, negandosi, torna a farsi infinita.
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