Le lingue europee moderne - compreso l'inglese che stiamo parlando ora - si basano su radici tratte dal greco antico e dal latino. È quindi inevitabile che alcune delle inclinazioni e dei pregiudizi della visione del mondo ellenico si siano insinuate nella nostra vita quotidiana attraverso l'uso di parole comuni. Quando usiamo il termine 'uomo' (che, significativamente, dovrebbe riferirsi anche alla donna), stiamo dicendo, in effetti, che la cosa più importante di noi è che abbiamo un mens, ovvero una mente. Sembrerebbe che la stessa enfasi si celi dietro il sanscrito 'manas' (anch'esso 'mente') e i suoi derivati come 'manushya'. La dimensione incarnata di questa 'mente' viene opportunamente ignorata, suggerendo che 'il corpo' e i suoi bisogni siano relativamente irrilevanti: l'aspetto fondamentale è provvedere ai bisogni della mente o dello spirito - da qui il termine 'spiritualità' (come se la cura della nostra corporeità potesse essere tranquillamente ignorata nella ricerca dello sviluppo umano). D'altra parte, il termine 'umano' implica una visione ben più integrata: ci ricorda che siamo 'humus' (dal latino: terra, fango) più 'mens' - menti terrene.
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